Le nuove abitudini alimentari degli italiani: meno carne rossa e meno frutta

Mag 17 2017

Le nuove abitudini alimentari degli italiani: meno carne rossa e meno frutta

Come sono cambiate le abitudini alimentari degli italiani negli ultimi vent’anni?

Fipe, la Federazione Italiana Pubblici Esercizi, ha presentato nei giorni scorsi a Tuttofood, la fiera internazionale del B2B dedicata al food & beverage, una ricerca su come sono cambiati gli stili alimentari in Italia. Non solo si è ridotto il consumo di carne rossa e frutta, ma è diminuita l’importanza del pranzo, spesso consumato fuori casa, ed è cresciuta quella della colazione, pasto fondamentale per iniziare al meglio la giornata.

La ricerca è stata presentata e commentata all’interno del convegno “Alimentazione e salute: ruolo e impegni della ristorazione”, con la presenza del Presidente di Fipe Lino Enrico Stoppani, gli chef Davide Oldani, Carlo Cracco, Moreno Cedroni, il presidente di Unaproa Antonio Schiavelli, Marisa Porrini dell’Università di Milano e del sottosegretario del Ministero della Salute Davide Faraone.

Secondo lo studio il 35% della spesa alimentare è indirizzata su bar e ristoranti,mentre si è ridotta del 7,5% la spesa per pane e cereali e del 8,1% per la carne. I consumi di pasta e dessert si riducono in casa ma non al ristorante, dove gli italiani privilegiano piatti con meno sale e grassi animali e preferiscono la verdure, dimostrandosi attenti al benessere. E’ interessante notare come il 90% dei ristoranti scelga prodotti a filiera corta, e cambi, nell’84% dei casi, il menù al massimo entro 4 mesi. E’ cresciuta inoltre l’attenzione verso le intolleranze alimentari: 2/3 dei locali prevede menù dedicati a chi ha specifiche esigenze di salute.

Gli stili alimentari, ovvero i comportamenti, sono molto cambiati dal 2000 ad oggi: si mangia molto più spesso fuori casa, la spesa per l’uso domestico cala, nonostante la percentuale dei consumi alimentari sul totale dei consumi si attesta al 14%. Invece il peso percentuale della ristorazione sul totale dei consumi dell’Italia è al 7,6%, di poco sopra il valore dell’Eurozona (7,1%) e al secondo posto dopo la Spagna (14,6%), superando così Francia, Germania e Regno Unito.

La ricerca mostra altre differenze: ad esempio nel 1995 il 76,6% della popolazione considerava il pranzo il pasto principale della giornata, mentre nel 2015 la percentuale è scesa al 67,2%; il pranzo in casa è ora consumato solo dal 73,4%, rispetto dall’82,8% del 1995. Cresce di conseguenza il valore della cena: il 23,2% degli intervistati lo considera il pasto principale della giornata, contro il 18,5% del 1995. La colazione aumenta la sua importanza e diventa un pasto fondamentale e più sostanzioso rispetto a prima: dal 71,6% del 1995 all’81,2% del 2015.

Il tratto distintivo di questo ventennio è sicuramente la polarizzazione dei comportamenti alimentari: una parte minoritaria di italiani si alimenta dando molta importanza all’aspetto salutistico del cibo, mentre la maggior parte non considera il cibo fonte di benessere. Questo trend si traduce da un lato in un calo della quota di popolazione che consuma quotidianamente carboidrati (dal 91,5% del 1995 all’80,9% del 2015) e proteine, e in un aumento di coloro che prediligono ortaggi (dal 41,8% del 1995 al 45,5% del 2015) e di chi presta attenzione al consumo di sale. Dall’altro lato cala la quota di popolazione che consuma la frutta almeno una volta al giorno (dall’82,2% del 1995 al 75,4% del 2015) e quella di chi utilizza olio di oliva e grassi vegetali per la cottura e soprattutto per il condimento a crudo. 
Comportamenti opposti che Fipe rintraccia da una parte nella riduzione della spesa per pane e cereali (-7,5% a prezzi costanti nel periodo 2000 – 2015), per la carne, principalmente rossa (-8,1%), per vegetali (-11%) e frutta (-11,4%) e dall’altra nell’aumento del tasso di popolazione in sovrappeso o in condizioni di obesità. Nel secondo caso sono ben 5 milioni le persone che mostrano un trend di crescita sul lungo periodo.

Il cambiamento nei modelli alimentari degli italiani si riscontra anche quando mangiano al ristorante: in calo la carne, così come l’uso del sale e del burro. Cresce il consumo di verdura, mentre si conferma una scarsa attenzione per la frutta. Rispetto alle abitudini casalinghe in crescita il consumo dei primi piatti e dei dessert.

Sensibili all’aumento delle intolleranze alimentari e delle allergie, oltre i due terzi dei ristoranti intervistati dichiara di avere menù adatti a chi ha specifiche esigenze e intolleranze, mentre sei ristoranti su dieci sono in grado di soddisfare quei consumatori con particolari esigenze dietetiche.

Visto l’incremento dei pasti fuori casa, al ristoratore viene richiesta una più spiccata sensibilità, vista la domanda di pietanze più leggere e sane, da un punto di vista salutistico più che dietetico: il 59% dei clienti si dimostra poco interessato a conoscere la lista delle calorie. Al ristoratore viene accordata fiducia per quanto riguarda la tracciabilità e la provenienza degli alimenti, i quali privilegiano sempre più la qualità dei prodotti e la scelta secondo il rispetto dei cicli stagionali. Molti ristoratori inoltre scelgono l’uso di prodotti Dop e Igp: il 90% preferisce le filiere corte, ed è in forte espansione l’uso di prodotti bio.

Altra nota positiva è l’attenzione per l’ambiente e per il tema dello spreco alimentare. I pubblici esercizi sono sempre più indirizzati verso una gestione sostenibile della propria attività, limitando ad esempio gli sprechi idrici, scegliendo lampade a led, elettrodomestici a basso consumo o ricariche per i detergenti. Dalla ricerca emerge anche che solo un ristorante su quattro usa acqua microfiltrata e solo il 14% del campione dona il cibo non utilizzato ad associazioni caritatevoli: su questo aspetto la legge sullo spreco alimentare entrata in vigore nel mese di settembre 2016 potrà avere effetti positivi.

 

 

 

fonte: Ufficio Stampa FIPE

Leave a Reply

Your email address will not be published.

quindici − 5 =

Ho letto l'Informativa sulla Privacy*